Flavio Roddolo, meglio noto in Langa come “il naif delle Langhe” è un vero vigneron piemontese, ma è soprattutto un personaggio molto particolare.
Schivo, diffidente, riservato. Queste le prime impressioni quando arrivi a Bricco Appiani dove ha sede la sua cascina. Parla poco e ti osserva. Sulle prime pensi: “mamma mia… ora me ne vado!”. Poi lui comincia a camminare, e senza fare domande lo segui. Non sai dove ti sta portando, tutto dipende dal suo umore, dall’impressione che gli hai fatto (al di là di come ti ha accolto… quello è uno standard che fa parte del suo carattere), da quello che ha voglia di comunicarti in quel momento. Se sei fortunato ti porta nel retro della sua cascina, ad ammirare lo spettacolo delle sue vigne che, scendendo lungo la collina si mischiano, a valle, alle vigne di altri produttori, in uno scenario che si ripete a perdita d’occhio. Nelle giornate limpide si riesce perfino a vedere Cuneo in lontananza. E pensi già di essere in un Paradiso… pensi che forse puoi anche rimanere ed affrontare Roddolo.
Quando ti fa vedere le sue viti, la sua cantina, quando ti fa assaggiare i suoi vini, lascia che siano loro a parlare per lui.
Sì, perché è lui che si prende cura personalmente delle sue vigne, che segue la vinificazione e che “accompagna” tutti i suoi vini durante il loro percorso di invecchiamento. Il tutto nel pieno rispetto dell’ambiente, e delle fasi lunari per l’imbottigliamento. E’ ancora lui infatti che imbottiglia, che ti fa assaggiare i suoi vini e che ti consegna le sue bottiglie.
Roddolo va capito, ed il suo modo d’essere va rispettato. Si impara ad aspettarlo (come i suoi vini), a non fargli troppe domande. Bisogna lasciargli i suoi spazi, rispettare i suoi tempi. Ci sono dei momenti in cui comincia a parlare, e ti esprime quello che ha veramente dentro. Non si perde in chiacchiere inutili, e non sopporta di doverne ascoltare da altri. Se poi si ferma e tace è perché in quel momento ha bisogno di comunicare in quel modo. E bisogna capirlo e rispettarlo.
Osannato dalle guide, si permette il lusso di snobbarle. L’ultima volta che sono andato a trovarlo mi ha raccontato di aver ricevuto pressioni dalle guide, come tutti gli anni, per assaggiare i prodotti “nuovi”. Quest’anno è stato messo in commercio il Barolo 2004, come previsto dal disciplinare. Le guide volevano assaggiarlo “subito”.
Flavio si è rifiutato di farglielo assaggiare. “Secondo me quel Barolo lì non è pronto prima di un anno ancora…” ed è per questo che non glielo ha fatto assaggiare. E’ il suo vino, rispecchia il suo modo di essere, di intendere il vino, e se secondo lui quel vino va bevuto tra un anno è più che giusto che non lo faccia assaggiare. Le guide (che solitamente non fanno sconti a nessuno) lo rispettano e si accontentano di un suo rifiuto, accettando di dover attendere ancora un anno prima di poterlo assaggiare.
Compra barriques dismesse e le usa come semplici contenitori di legno, perché “il legno serve solo a dare struttura al vino, non deve mica cambiargli sapore”. In netta controtendenza rispetto alle mode attuali, che vedono l’utilizzo spesso esagerato di questo “acceleratore” del vino.
Nessuno si aspetti salumi formaggi o calici diversi per ogni vino o ancora qualcuno che passa a riempire i calici… quando ci si siede al suo tavolo, ci si siede con lui per condividere anzitutto quel momento. Le bottiglie sono lì, lui ogni tanto ne versa un po’ per sé e ti dice che se vuoi puoi assaggiare quello che ti pare, senza alcuna prassi da rispettare.
Solo così si può cercare di farlo sciogliere.
Quando si è finalmente seduti al suo tavolo e si bevono insieme i suoi vini lui si ammorbidisce, e va a finire sempre allo stesso modo: non andresti più via da lì. E’ come i suoi vini, si apre lentamente, e comincia a parlare del suo mondo, del lavoro che tanto ama. Non ti inviterà mai ad alzarti e ad andartene, ma arriverà un momento in cui, gioco forza, dovrai farlo tu. E ti dispiacerà, perché l’unica cosa che penserai in quel momento è che saresti rimasto al suo tavolo ad ascoltarlo ed a bere i suoi vini all’infinito…
